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sabato 2 aprile 2011

La malvasia istriana di KoreniKa e Moskon

Li ho trovati a Dolo, durante “Dolo, i sapori dell’altro”. Assaggiando il branzino di Irena Fonda, salato col sale di Sicciole, veniva naturale un bicchiere di vino, e cosa bere se non malvasia istriana?


L’azienda vinicola Korenika & Moškon è stata creata nel 1984 da Korenika Miran e il suo partner Ignac Moškon. Prima del 1984, la famiglia Korenika aveva una lunga tradizione di viticoltura e produzione di vini, che è stata improvvisamente interrotta dal regime comunista del tempo. I loro figli continuano oggi la tradizione. Esperienza, metodi tradizionali e approcci moderni fanno sì che i loro vini abbiano la possibilità di migliorare, essere coltivati e trasformarsi in vini di superba qualità.

L’azienda vinicola Korenika & Moškon si trova a Korte, nell’Istria slovena. I principali produttori di squisiti vini rossi e bianchi sono i vigneti che si trovano vicino al mare sullo specchio delle saline di Sečovlje (Sicciole) sui pendii di Korte, che sono esposti ad una quantità di luce solare ideale.

La Malvasia si distingue per il suo colore giallognolo dorato e la sua piacevole freschezza. La fioritura speciale, discreta e distintiva del Malvasia ricorda l’acacia in fiore e il livello moderato di alcol mantiene la pienezza e l’armonia di questo vino.

Oltre la malvasia, la cantina produce anche altri vini, come il refosco,o il cabernet sauvignon, e l’azienda agricola ha anche dell’olio di primissima qualità.

Korte 115c, 6310 Korte, Slovenija

tel.: +386 (05) 64 20 030,

e-mail: info@korenikamoskon.si

http://www.korenikamoskon.si/

giovedì 17 marzo 2011

DOLO: I SAPORI DELL’ALTRO -1-

Le Venezie Sconosciute




6 marzo 2011



Nell’ incantevole cornice della Riviera del Brenta, presso l’Hotel “Casa a Colori” di Dolo, si è dato avvio il 6 marzo 2011 a: “Dolo: i Sapori dell’Altro”, una manifestazione promossa dall’Associazione l’Altratavola, dal progetto InfoRiviera, (sotto il patrocinio del comune di Dolo) e dall’Associazione Internazionale Borghi Europei del Gusto, con il patrocinio della provincia di Venezia.

Una rassegna nella quale si sono confrontati giornalisti, comunicatori, rappresentanti delle Istituzioni e delle Associazioni, Aziende dei settori agroalimentare e turistico, provenienti da ben cinque paesi europei - Austria, Slovenia, Croazia, Svizzera e Romania - , e da sette regioni italiane: Emilia Romagna, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Campania, Liguria, Calabria e Puglia.

In questo primo giorno, il lato internazionale della manifestazione ha visto come protagonista la Slovenia, presentando il parco naturale delle Saline di Sicciole, dove da secoli si tramanda la raccolta del sale e grazie alle quali si sono sviluppate attività parallele contribuendo sostanzialmente allo sviluppo di Pirano e lo storico allevamento di branzini della Famiglia Fonda.

Dall’Italia, sono giunti richiami dal Veneto, dalle colline di Conegliano e Valdobbiadene, con un sorso di Prosecco tranquillo accompagnato da dolci dalle note spezziate della cantina Tardivel. La Calabria ha fatto saggiare il suo lato verace con i prodotti tipici contraddistinti dai gusti intensi del suo olio.

La giornata si è conclusa all’insegna del mondo delle Associazioni, che hanno avuto modo di esporre la propria attività e i progetti futuri, per poter riuscire a costruire un piano di Informazione Locale. Hanno partecipato l’Associazione Villaggio Solidale di Mirano della fondazione Cav. Guido Gini Onlus; il gruppo Corte con le sue due associazioni che ne fanno parte: Nuovo Villaggio e città SO.LA.RE; e l’Associazione di promozione sociale “Mille Sogni” di Dolo.

Questo primo incontro è avvenuto in concomitanza con la quarta Giornata Nazionale delle Ferrovie Dimenticate, un programma statale con l’obiettivo di convertire vecchie ferrovie abbandonate e restituirle a nuova vita per la realizzazione di piste ciclabili, in collaborazione con “La Vaca Mora”, Giornale delle ferrovie dimenticate.

mercoledì 16 marzo 2011

Egidio Ziber, Gospodar Sonca, Signore del Sole

Abbiamo incontrato Egidio Ziber a Dolo: lui era venuto con la delegazione di Pirano-Portorose agli incontri programmati per i Borghi Europei del Gusto.


Gia il simbolo è un programma: il caprone istriano bianco che quasi sovrasta un sole rosso. E poi il nome, signore del Sole. E’ stato lui ad insegnarmi a mettere sul branzino di Irena Fonda il sale di Sicciole e un goccio d’olio. Come stuzzichino, accompagnato da una buona malvasia istriana,è eccezionale.

Lui ha 1500 alberi di ulivo su 5 ettari a Sicciole, nell’Istria Slovena: Leccino 60%, diverse varietà autoctone 30% (varietà di Pirano: Buga, Cernizza, Storta), istriana Belica 10%. Le olive sono raccolte a mano, la produzione integrata. Le olive raccolte vengono lavorate entro 12 ore nel frantoio della fattoria. Suggerisco di andare a trovarlo perché è un fenomeno, nel senso buono.

Egidio Ziber

Parecag/Parezzago 168, 6333 Sečovlje /Sicciole

Slovenia

Phone: +386 (0)5 672 09 20

E-mail: egidio.ziber@siol.net

lunedì 14 marzo 2011

Le Saline di Sicciole e il loro sale

Le saline di Sicciole sono le uniche da questa parte del Adriatico, dove il sale è tuttora in produzione e in cui la procedura tradizionale di produzione è sopravvissuta fino ai nostri giorni.


Oggi, il ruolo economico delle saline viene sottoposto alle cure conservative della natura e culturali del luogo. La produzione del sale riguarda anche altri prodotti, come il cioccolato al sale, la conservazione delle saline è stato aiutata dal patrimonio culturale di sensibilizzazione, l'area delle saline sta dando rifugio agli speciali o vegetali rare e specie animali ed è al momento una riserva residenziale dell'ambiente ecologicamente prezioso per l’uomo e ricordo di una volta, ricco patrimonio culturale del Mediterraneo ed attualmente scomparso del paesaggio.

Il sale è prodotto nelle saline, comprendendo evaporazione e bacini di cristallizzazione. L’acqua di mare è una soluzione che evapora e che viene spinta nei bacini di cristallizzazione seguendo il principio di gravità, o coadiuvata da pompe. A Fontanigge, una volta si usavano le ruote spinte dal vento, mentre, gli austriaci avevano introdotto a Lera, un secolo fa, una procedura modernizzata con l'uso di pompe.

I bacini di cristallizzazione coprono circa un quinto di tutti i bacini. In essi, il sale è finalmente fatto, una volta che l'acqua di mare ha viaggiato nelle vasche di evaporazione, a poco a poco ha evaporato.

Il risultato è un sale bianchissimo, ricco di sostanze minerali, non depauperato da lavorazioni.

www.soline.si

venerdì 11 marzo 2011

Il sale di Irena

Stiamo parlando di Irena Fonda, una bella ragazza che ha una passione per il mare e le sue creature non da poco. Allora, mi ha dato una scatola di sale, sale di Sicciole, le famose saline nei dintorni di Portorose. Servirebbe per fare il branzino sotto sale, ma può essere usato anche in altri modi. Il sale di Sicciole è bianco, incredibilmente bianco, e ricco di microorganismi che lo rendono unico.

Giustamente Irena ne va fiera, pur non essendo loquace, ho capito che le piace e ama il mare, in tutte le sue componenti. Il pesce allevato in acqua pulita, come ad esempio il BRANZINO DI PIRANO, alimentato solo con mangime di qualità e senza aggiunta di sostanze nocive, ha il vantaggio, rispetto al pesce che vive libero, di non contenere (o di contenerne solo alcune tracce) di pesticidi, additivi, metalli tossici (mercurio, selenio, cromo ed altri), nitrati, diossine, furani, sulfonamidi, PCB, 3-MCPD, acrilamidi e altri. Inoltre i branzini d’allevamento, rispetto agli altri branzini, contengono una quantità di grassi fino a sei volte maggiore, soprattutto quei grassi che sono utili alla nostra salute. Sono inoltre, oltretutto, una vera specialità gastronomica.

I branzini che commercializza la ditta Fonda, sono freschissimi, e sono consegnati dappertutto, in speciali contenitori. Ho visto che la merce è sotto ghiaccio, e anche il contenitore è buono: dopo un sacco di tempo il ghiaccio è ancora più o meno integro, e il pesce ha ancora un bell’aspetto.

Lei ci ha fatto assaggiare un antipasto davvero originale: pezzettini di branzino, che uniti a sale di Sicciole e olio istriano, hanno un gusto straordinario. Poi, un bicchiere di malvasia istriana viene esaltato nel gusto: il giusto complemento.

FONDA.SI d.o.o.

Liminjanska cesta 117

6320 Portorož – Portorose

Slovenija

T: 051 605 605

F: 05 6772 181

E: info@fonda.si

I: www.fonda.si

domenica 20 febbraio 2011

L'Istria Slovena partecipa nella Riviera del Brenta alle giornate di informazione internazionali

Dal 6 all' 11 marzo si terrà a Dolo (Venezia) una manifestazione denominata 'Dolo: i sapori dell'Altro', promossa dalla Associazione l'Altratavola, dal progetto InfoRiviera (sotto il Patrocinio del Comune di Dolo) e dalla Associazione Internazionale Azione Borghi Europei del Gusto.


Si tratta di una rassegna informativa che mette a confronto giornalisti e comunicatori, rappresentanti delle Istituzioni e delle Associazioni, Aziende del settore agroalimentare e turistico, provenienti da ben 5 Paesi Europei (Austria, Slovenia, Croazia, Ungheria e San Marino) e 6 regioni italiane (Emilia Romagna, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Campania, Liguria, Calabria), sui temi della valorizzazione e della comunicazione territoriale.

L'Istria Slovena partecipa all' iniziativa grazie all'intervento dell'Ente Turistico di Portorose, che è entrato a far parte della rete dei Borghi Europei del Gusto. "La manifestazione - ha commentato il Direttore dell'Ente -, rappresenta una ulteriore tappa per promuovere Piranioe Portorose in Italia e in Europa".

La rassegna si svolge presso l'Hotel Casa a Colori di Dolo, che nasce dalla ristrutturazione di un antico monastero del '500 e che tutt'oggi rispecchia l'architettura classica delle antiche 'case rurali' venete.

Casa a Colori fa parte di un Consorzio di Cooperative,,Consorzio Villaggio Solidale, e gestita dalla Cooperativa Sociale Città So.La.Re. La filosofia ispiratrice di questo progetto unisce la passione per l'accoglienza ai valori etici di chi prende a cuore importanti iniziative di solidarietà sociale e di promozione del territorio.

Dolo si trova nella Riviera del Brenta, un insieme di paesi (oltre a Dolo Mira, Fiesso d'Artico, Fossò, Oriago, Strà e Malcontenta), sorta lungo l'antico corso del Brenta,il fiume che unisce Padova a Venezia. Grazie alla sua posizione strategica la Riviera ha vissuto dal '500 al '700 un periodo di grande splendore che l'ha trasformata in luogo di villeggiatura privilegiato dai ricchi patrizi veneziani e dai signori padovani.

mercoledì 19 gennaio 2011

Un pomeriggio a casa Marica

Sebastian era venuto con Carga, Edbin Erzetic, a casa di Aleksij Mavric per delle riprese televisive: all’improvviso lui ci ha invitato a Casa Marica (mariza) nello stupendo borgo di di Smartno. Ci troviamo sul Collio sloveno, nei piccoli villaggi compresi nel Comune di Brda.


La sua, chiamiamola così, osteria si trova entro le mura maestose del pittoresco borgo medievale. Qui c'era una fortezza militare, e, oggi, un luogo romantico, dove sembra che il tempo si sia fermato.

Lui fa parte della famiglia di Zlatko Mavric: ha rinnovato la vecchia fattoria dandole il nome di nonna Marica, un ricordo.

La cantina Hiša Marica offre vini di alta qualità dalla cantina Belica, abbiamo già avuto occasione di parlarne, e una vasta gamma di prelibatezze locali e altre specialità locali.

Servono prosciutto affumicato a casa, da vedere il prosciuttificio a Medana, un vero incanto, salame, pancetta, con conoscenza, esperienza e amore per la tradizione prodotti sotto il tetto della nostra casa.

Oltre alle delizie fatte in casa in casa offrono deliziosi spuntini di origine italiana: mortadella e formaggi di produzione interna della valle del Soca.

Nei week-end e festivi (o su prenotazione) sono serviti piatti caldi e freddi e dolci fatti in casa: alle quattro del pomeriggio hanno preparato gulash con polenta bianca, una vera delizia.

Ora i tre si sono messi insieme, Aleksij, Carga e Sebastian per cercare di sviluppare un minimo di turismo che renda fruttuose le loro prelibatezze: ciliegie,vino e ristorazione.

HIŠA MARICA

Šmartno 33, 5211 Kojsko

Goriška Brda, Slovenija

tel: 00386 5 30 41 039

gsm: 00386 31 341 693,

00386 41 788 305

email: info@marica.si

http://www.marica.si/

lunedì 17 gennaio 2011

Il branzino di Pirano

Stiamo parlando della famiglia Fonda, di Portorose, che esporta i branzini. Lo slogan dice tutto: naturale e sano, il branzino di Pirano Fonda. Dalle foto la famiglia affonda le radici nella storia, parliamo di secoli, e quindi ci troviamo di fronte ad una famiglia che ricerca e propone la qualità, in questo caso di una prelibatezza, i branzini.


“In realtà non si tratta di una tecnologia particolarmente innovativa, è più un insieme di accorgimenti che rende i nostri branzini un prodotto di alta qualità ben distinguibile dalla media attualmente esistente sul mercato.”

Parole sante: è l’attenzione ai particolari che spesso differenzia il prodotto. Per esempio, i branzini sono allevati in gabbie di polietilene con rete in polipropilene in acque pulite e profonde.

Il padre Ugo, il figlio Lean e la figlia Irena sono tutti e tre biologi, e hanno dedicato la loro vita a studiare e conoscere il mare, e trasferito le loro conoscenze nell’azienda, specialmente per quanto riguarda l’alimentazione degli esseri marini.

Quel che tirano su è semplicemente splendido, sotto ogni aspetto: consegnano dappertutto, perché il pescato viene imballato e spedito direttamente a casa propria.

FONDA d.o.o.

Liminjanska cesta 117

6320 Portorož – Portorose

Slovenija

T: 051 605 605

F: 05 6772 181

E: info@fonda.si

I: www.fonda.si

lunedì 27 dicembre 2010

Il menu delle feste in Slovenia

Incontriamo Alexji Mavric, e tra una battuta e l’altra,salta fuori il menu di natale. Siamo incuriositi dal fatto che la vicinanza e la facilità di scambi commerciali stanno riducendo le differenze, almeno in cucina. Eccone un esempio:


Lingua di vitello su lettino di insalata di barbabietole

Formaggio fresco con miele e olio d'oliva

Brodo di verdura della casa

Gnocchi di spinaci proposti in terrina di formaggio al radicchio trevigiano e prosciutto crudo

Controfiletto di maiale in crosta di rosmarino

Rollé di vitello in salsa propria

Purea di verdura accompagnato da verdura julienne

Crema della nonna

Oppure:

Affettato di Natale

(Prosciutto crudo del Carso, stomaco farcito alla Tolminese, spiedino di formaggio,

insalata di ravanelli neri)

Gnocchi di patate caserecci con selvaggina in salmì

Tagliatelle con salsa al formaggio ed essenza di tartufo

Risotto con calamari e zucchine

Costoletta di vitello in crosta di funghi porcini su frittata di mele

Filetto di maiale leggermente affumicato su purea di broccoli con salsa al ginepro

Verdura novella in padella

Panna cotta di kefir con salsa alla vaniglia

Pera cotta in vino Terrano farcita alle mandorle

Insomma, la cucina veneta e friulana si sta contaminano con quella slovena. Sono lontani gli anni della guerra fredda.

domenica 5 dicembre 2010

L’unicità di Trieste nel Nordest

L’unificazione all’Italia avvenne nel1918, ma tale annessione retrocesse Trieste al ruolo di “porto qualunque”, avendo perso, una volta svincolata dal contesto mitteleuropeo, la sua unicità.


Il secondo conflitto mondiale comportò la perdita delle terre della penisola Istriana, e della costa dalmata, passate alla neocostituita Jugoslavia, e la storia della città in quel buio periodo, è caratterizzata da numerose e tristi vicende, leggi foibe, molte delle quali gettano ancora oggi, dopo più di mezzo secolo, oscure ombre. La sorte della città, pretesa dalla Jugoslavia, rimase incerta per lungo tempo: in attesa di definizione, l’entroterra venne diviso in due parti, l’una amministrata dagli angloamericani e l’altra dagli jugoslavi. Nello specifico, la città fu soggetta all’amministrazione alleata con la costituzione del Territorio Libero di Trieste. Solo nel 1954, con la firma del Memorandum di Londra, Trieste e il suo entroterra furono definitivamente restituiti all’Italia.

Ma il periodo buio non finì: invecchiamento della popolazione, industria in crisi, e così via. Ci fu lentamente la nascita di nuovi orizzonti, e poi ci fu il dissolvimento dell’exJugoslavia, che tra l’altro comportò una crisi del commercio.

Ora Trieste ha un compito più importante: i popoli veneti sono sì divisi, in Europa, fra tre stati nazionali, ma l’abbattimento delle frontiere, fra poco sparirà anche quella croata, pone Trieste al centro gravitazionale, cultura, trasporti e così via, presente ora solo in embrione. Venezia resta la memoria storica, ma Trieste può rappresentare il presente economico dei popoli di quest’area. Ora che non ci sono più ideologie guerrafondaie, non a caso i veneti hanno accolto sempre i foresti, dai romani in poi, ci può essere nuova vita e nuova linfa per questa parte delle Venezie e del Veneto nella sua totalità e per i vicini popoli..

martedì 26 ottobre 2010

Breve storia di Capodistria

La sua nascita si perde nella notte dei tempi, come pure l'origine del suo nome primario: Aegida, un nome che ricorda l'egida di Atena, la dea greca della sapienza. La leggenda racconta di aspre contese con Poseidone e delle sue persecuzioni contro la dea, che avrebbe cercato rifugio proprio in questa zona. Nella lotta fra le due divinità, l'egida, uno scudo ricoperto di pelle di capra, cadde in mare che Zeus, intenerito dalle suppliche della dea, avrebbe trasformato in un scoglio. In verità, anche visto da lontano o dall'alto, l'isola sembra proprio uno scudo adagiato sul mare.


L'antico nome romano, Capris, deriverebbe invece dal fatto che l'isola era un luogo adibito all'allevamewnto delle capre. Inizialmente non esisteva come centro urbano; probabilmente furono proprio i Romani i primi a colonizzare in parte l'isolotto roccioso, modestamente elevato sulla superficie del mare, e sul quale si sviluppo più tardi Capodistria.

Già molti secoli prima, però, esisteva alla foce del fiume Risano, ai piedi della vicina altura di Sermino, un approdo ed un emporio. Qui avvenivano gli scambi fra le merci e gli schiavi che arrivavano dal nord, via terra, e dal sud, via mare. E' probabile che Aegida fosse il nome proprio di questo emporio, che lo storico romano Plinio il Giovane situò tra la foce del Risano ed il municipio romano di Parenzo. Allorché nel 16 a.C. la penisola istriana entrò a far parte della »X Regio Venetia e Histria«. la località venne completamente romanizzata. Lo confermano i numerosi ritrovamenti di ville rustiche romane e reperti archeologici rinvenuti nell'intera zona del Sermino.

L'isolotto di Capris crebbe d'importanza appena nel V secolo, alla fine dell'epoca romana. Minacciata dalle migrazioni di popolazioni barbariche (Eruli, Visigoti, Ostrogoti e Unni), la popolazione rurale fu costretta a cercare riparo sull'isola, che divenne uno dei punti di riferimento del sistema difensivo del Carso, chiamato Claustra Alpium Juliarum.

Pare che Capodistria abbia avuto una sua chiesa probabilmente già a metà del IV secolo, dopo l'editto di Milano promulgato da Costantino e ricordato da Gregorio Magno. Sembra però che abbia avuto vita breve. Appena nel VI secolo fu formata la diocesi con l'elevazione della chiesa di Capodistria a rango episcopale e con propria sede.

L'antico impero romano d'Oriente, dopo lunghe ed estenuanti lotte contro gli Ostrogoti, nel 539 recuperò l'Istria ed anche i Bizantini si insediarono sull'isolotto. Dopo le successive invasioni degli Avari e degli Slavi, e specialmente dopo l'invasione longobarda del 568, a Capris cercò rifugio pure una parte delle popolazioni dell'agro circostante. L'imperatore bizantino Giustino II permise ai fuggiaschi di insediarvisi e la località fu chiamata in suo onore Justinopolis. Il nome nuovo e quello vecchio continuarono per secoli ad intrecciarsi, tanto che in un documento del 976 troviamo »Justinopolis quae vocatur Capris«.

Le fortificazioni bizantine del VI secolo comprendevano una cinta muraria con nove »porte sante«, in quanto ad ogni porta corrispondeva una cappella dedicata ad un santo.

Durante la dominazione longobarda, grazie alla sua collocazione relativamente sicura, la cittadina rimase più o meno bizantina fino al 788, allorché i Franchi occuparono l'Istria.

Con l'avvento del feudalesimo, Capodistria, come le altre cittadine istriane, dovette subire gli sconvolgimenti dell'antico sistema romano, ancora conservato dai Bizantini.

Già durante il IX secolo Capodistria aveva subito danni alla sua flotta da parte dei pirati saraceni e, per una migliore difesa da questi attacchi e per lo sviluppo dei traffici mercantili, le componenti politiche ed economiche della città iniziarono a rivolgere la loro attenzione su Venezia, che staccatasi da Bisanzio, prepotentemente e rapidamente assurgeva a nuova potenza marinara.

Nel 932 un primo patto commerciale e d'amicizia fu siglato dal comune della città con il doge Candiano II nel quale Capodistria si impegnò per un contributo annuo di cento anfore di vino verso la Repubblica. Fu seguito da un secondo patto nel 1000, che rappresentò, seppure formalmente, l'inizio di un impegno di fedeltà alla Repubblica veneta.

Verso l'anno 1000, la diocesi di Capodistria che all'incirca 250 prima era stata data in commenda al patriarca di Grado, venne unificata con la diocesi di Trieste.

Nel 10036 il comune di Capodistria, che continuò ad esistere pur nello sconvolgimento provocato dall'ordinamento feudale, e pur sottomesso giuridicamente ai marchesi istriani rappresentanti il potere dell'imperatore Corrado II, ottenne da questi certi privilegi, tra cui il diritto di autogovernarsi, e alcuni possedimenti; cercò di conseguire lo stato di libero comune e vi riuscì alternando abili giochi diplomatici fra i patriarchi d'Aquileia ed i veneziani.

Un terzo patto tra le due città marittime fu stretto nel 1145 che rappresentò un successivo graduale avvicinamento ed assoggettamento alle pretese veneziane. Un console veneto visse nella città in qualità di rappresentante della Repubblica e Capodistria fu costretta a fornire a Venezia una galera per ogni sua impresa nell'Adriatico ed a proteggere gli interessi veneziani in Istria. Un nuovo trattato con i Veneziani, nel 1182, favorì Capodistria che ebbe il monopolio marittimo per il commercio del sale della provincia, che era allora un bene immenso.

Nel 1186, accanto al libero comune, che venne rappresentato da un podestà e da quattro consoli, fu ripristinata da papa Alessandro la diocesi, a seguito del concilio Lateranense. La diocesi venne sottoposta al patriarca d'Aquileia.

Il '200 fu un secolo importante e determinante per Capodistria. Nel 1210 fu scelta quale sede principale dei possedimenti istriani dei patriarchi, eletti marchesi d'Istria, che imposero alla città il nome di Capo d'Istria.

Capodistria tentò varie volte di liberarsi dal giogo dei Veneziani, ma non ci riuscì nemmeno con l'aiuto dei conti di Gorizia. Dovette però lottare anche contro colro che volevano limitarne l'autonomia. Nel 1230 il comune di Capodistria formò una lega con altri comuni istriani contro i patriarchi aquileiesi i quali, appoggiati dall'imperatore, volevano distruggere l'autogoverno della città.

Le fazioni che parteggiavano rispettivamente per i patriarchi e per i Veneziani si combatterono per lunghi anni in sanguinose lotte di parte che ricordano quelle tra i guelfi e i ghibellini toscani. Numerosi e vani furono i tentativi di liberarsi dai gravosi impedimenti e legami verso Venezia: le mura e le torri fortificate della città sconfitta furono abbattute dai veneziani che imposero un podestà veneto e pretesero un atto di piena sottomissione e riconoscimento del dominio veneto. L'ultimo tentativo di rielevarsi a libero comune si ebbe nel 1348, ma finì in un massacro di tutti i ribelli e e dei mercenari assoldati e Capodistria dovette nuovamente fare un umiliante atto di sottomissione.

Capodistria rimase sotto il dominio veneto fino al 1797, data che coincise con la fine della Repubblica. Per più di quattro secoli fece parte della vita di Venezia ricevendone l'aspetto più caratteristico e nobile: cinque suoi capitani-podestà furono eletti dogi.

Crebbe d'importanza ed il suo potere si allargò su ben quarantadue località istriane. Nel 1349 Venezia elesse un particolare rappresentante della popolazione slava dell'entroterra con il titolo di »capitaneus sclavorum« cui fu affidata la soluzione dei contrasti e delle questioni più importanti.

Nel corso dei secolo, la città divenne il centro principale dell'intera provincia istriana sotto Venezia. Nel XVI secolo si ebbe la massima espansione demografica della città che raggiunse circa 10.000 abitanti; però, durante la pestilenza del 1553, a Capodistria, si contarono più di 6.000 morti.

Dal 1348 al 1797 Capodistria fu interessata soltanto da vicende locali con continue ingerenze di Venezia, la sua posizione di capoluogo di provincia le dette una forza solo apparente in quanto fu, in realtà, il centro più controllato. Inoltre dovette subire supinamente tutte le conseguenze del secolare confronto della Serenissima con l'impero austriaco.

La terribile pestilenza del 1630 ridusse la sua popolazione da 5.000 a 1.800 persone. Nel 1719, anno in cui Trieste fu dichiarata »porto franco«, segnò il crollo definitivo di Capodistria.

Durante la breve dominazione napoleaonica dal 1806 al 1813, Capodistria fu sede del distretto comprendente i territori di Pinguenzte, Pirano e Parenzo e fu governata da un prefetto. Nel 1809 fu occupata dagli austriaci. Ritornata definitivamente sotto il dominio austriaco, nel 1815, dopo il Congresso di Vienna, Capodistria divenne il naturale retroterra dell'emporio triestino in piena ascesa. Rimase un porto di cabotaggio con poca importanza con una popolazione dedita alla pesca e alla piccola attività marittima e cantieristica locale.

Nel 1819 il vescovado di Capodistria passò sotto la giurisdizione metropolitana del patriarca di venezia, Nel 1830 lo stesso fu sottoposto al nuovo arcivescovado di Gorizia mentre, due anni dopo, fu unito a quello di Trieste. Nel 1861 Capodistria divenne sede del Capitanato distrettuale comprendente i territori di Isola e Pirano.

La seconda metà dell'Ottocento e la prima decade del secolo successivo sono caratterizzati dall'attiovità irredentistica, anche in Istria e a Capodistria. Insorgono gli attriti con gli sloveni del circondario, nasce una pericolosa rivalità tra le due componenti nazionali. Nel 1882 nacque la società di navigazione »Capodistriana« e la città assunse un ruolo notevole nel commercio marittimo e nel traffico passeggeri. Nel 1902 venne ultimata la ferrovia a scartamento ridotto, chiamata »Parenzana«, che univa Trieste a Parenzo via Capodistria. Nel 1910 si inaugurò la prima Esposizione istriana.

Dopo la prima guerra mondiale la città entra a far parte del Regno d'Italia e rimane sede di comune.

Le vicende del secondo dopo guerra sono note: l'esodo della stragrande maggioranza della popolazione in Italia e nel mondo, l'afflusso di popolazioni dall'interno della Slovenia, dell'Istria e dalla pensiola balcanica.

Nel 1975 il Trattato di Osimo chiude il contenzioso di confine tra l'Italia e l'allora Jugoslavia. Capodistria è definitivamente parte della Slovenia, che nel 1991 diventa uno stato indipendente. La popolazione nel frattempo è cresciuta di numero e con essa l'economia locale: il porto »Luka Koper«, l'azienda petrolifera »Istrabenz«, l'impresa di trasporti »Intereuropa«, l'istiruto finanziario »Banka Koper«, la società assicurativa »Adriatic« sono i soggetti economici di maggiore importanza per lo sviluppo economico odierno della città.



http://www.cancapodistria.org/it/breve-storia-di-capodistria.html

La storia di Pirano

L'antica città marinara di Pirano si estende all'estremo margine dell'omonima penisola, che si restringe gradualmente tra il golfo di Strugnano e quello di Pirano. La penisola termina con punta Madonna, estrema propaggine nord occidentale dell'Istria. L'etimologia del nome Pirano e' controversa: alcuni studiosi propendono per la derivazione dal celtico bior-dun, che significa località sul colle, mentre altri la fanno risalire al greco pyr - fuoco, in quanto nell'antichità' venivano accesi sul promontorio dei fuochi per indicare la rotta ai naviganti che si dirigevano all'attigua colonia di Aegida, vicino all'odierna Capodistria.


La cittadina e' molto pittoresca: le mura con le torri le fanno da corona e, dalle pendici, i tetti rossi degradano, esposti a mezzogiorno, fino a punta Madonna, La città vecchia e' costituita da un complesso di costruzioni venete, nelle strette calli lastricate, fra scalinate e portici, nei campielli e nelle piazzette, le case barocche e gotiche sono numerose, con finestre ad archi acuti, e si inseriscono fra le basse case che furono dei pescatori e dei salinai. Dall'alto di questa propaggine arenacea, dal fianco settentrionale spaccato, rigido e spoglio per l'impeto della bora, irrobustito alla base da una muratura poderosa e da arcate sostenute da piloni appoggiati alla pendice, spicca e signoreggia il Duomo di Pirano, il cui campanile, come un faro, si vede in tutto l'arco del golfo di Trieste.

Oggi la città e' il centro amministrativo del comune e, assieme alla vicina Portorose, importante località di villeggiatura marittima, con numerose istituzioni culturali, case di riposo, alberghi e ristoranti, nonché sede di importanti manifestazioni culturali.

La prima citazione della città fu a cura dell'Anonimo Ravennate, nel sec. VII, che la definì Piranon, nell'elencare nella sua opera Cosmographia i nomi delle località romane della costa occidentale dell'Istria.

Nonostante l'incerta origine del nome, e' fuor di dubbio che già nell'epoca preromana esistevano nell'entroterra insediamenti celtici ed ancor prima del popolo illirico degli Istri, che si occupavano di caccia, di agricoltura, di pesca, ed erano pure dediti alla pirateria, mettendo in pericolo le rotte commerciali dell'Impero Romano nell'Adriatico settentrionale.

Con la conquista romana dell'Istria, avvenuta nel 178/177 a.C. ebbe inizio la colonizzazione della penisola. Così sorsero nelle vicinanze di Pirano le prime ville rustiche, ma un massiccio insediamento della punta risale al periodo successivo che coincide con il declino dell'Impero romano, verso la fine del sec. V, quando per sfuggire alle scorrerie delle popolazioni barbare provenienti da oriente la popolazione soleva rifugiarsi sulle isole e penisole della costa, edificando fortificazioni e castelli in cui trovare riparo.

Pirano divenne nel sec. VII sotto il dominio di Bisanzio un "castrum" importante e ben fortificato e da qui ebbe inizio il suo sviluppo urbano. Già alla fine del sec. VI si ebbero le prime invasioni degli Slavi in Istria, ai quali seguì una graduale colonizzazione slava, che divenne ben accetta solamente all'atto della conquista carolingia, nel 788. I Franchi inclusero amministrativamente l'Istria nella marca del Friuli, sostenendo l'insediamento delle popolazioni slave nell'entro terra e le loro lotte contro la popolazione romana delle città costiere. Dopo la divisione dell'Impero franco l'Istria passò nell'843 al ragno d'Italia, mentre nel 952 divenne possesso bavarese, nel 976 passò alla Carinzia, ed infine al Patriarcato di Aquileia.

Pirano lottò per avere una propria legislazione e per tentare di liberarsi dall'autorità dei signori feudali, onde poter gestire in piena autonomia i propri traffici e commerci. Fu libero comune nel 1186 e trovò un potente alleato in Venezia, alla quale si assoggettò dal 1283, rimanendole fedele, come tutte le città della costa occidentale istriana, sino al 1797.

La fioritura commerciale ed i traffici con l'entroterra, che portò alle città istriane il legame con Venezia, fece crescere ulteriormente il ruolo delle istituzioni, della cultura e del benessere. Dal sec. XV al sec. XVII però Pirano fu traviata da lotte intestine a carattere sociale tra la nobiltà ed i popolani, che si ribellavano ed esprimevano il loro malcontento per la gestione del patrimonio cittadino, della proprietà delle saline e dei fondi dell'entroterra, esclusivamente da parte della classe nobiliare, nonché rivendicando inoltre maggiori diritti politici.

In Istria si estese anche il protestantesimo, che trovò a Pirano i suoi primi accoliti negli anni '30 del sec. XVI.

Nel sec. XVII e nel sec. XVIII la società borghese visse a Pirano l'atmosfera dell'umanesimo e del rinascimento, cui illustre esponente nel sec. XVII fu il medico Prospero Petronio. Verso la fine dello stesso secolo (nel 1692) nacque a Pirano il sommo violinista e compositore Giuseppe Tartini, autore di oltre 300 opere musicali, alcune delle quali sono considerate tra le migliori composizioni del sec. XVIII.

La prima dominazione austriaca dal 1797 al 1805 ed il breve periodo di predominio delle autorità francesi nell'ambito del Regno d'Italia (1805 - 1809) e delle Provincie illiriche di Napoleone (1809 - 1813) portarono alla città, oltre ai cambiamenti amministrativi, sociali e politici, anche alcuni interventi urbanistici di entità minore nel tessuto urbano e nell'entroterra.

L’Austria imperiale portò nel sec. XIX a Pirano un periodo di benessere, al quale contribuirono specie le saline, in quanto l'Austria, con la rivitalizzazione della produzione del sale, aumentò sostanzialmente le capacità delle saline di Sicciole, che raggiunsero una produzione annua di circa 40.000 tonnellate.

Un ulteriore contributo allo sviluppo fu fornito dall'apertura della linea ferroviaria a scartamento ridotto Parenzo - Trieste, detta Parenzana, inaugurata nel 1902. Nello stesso periodo iniziò a svilupparsi una delle attività che oggi e' tra le più importanti della città: il turismo. A Portorose si sviluppò soprattutto il turismo termale e di cura, che portò alla località dal clima mite e piacevole notorietà ed il titolo della migliore stazione di villeggiatura dell'Adriatico orientale.

Dopo la prima guerra mondiale questi territori passarono all'Italia in base al Trattato di Rapallo e, con la venuta al potere del fascismo, sorse in Istria nella popolazione sia dell'entroterra sia delle città costiere il movimento antifascista, che raggiunse il suo apice durante la guerra di liberazione popolare nel periodo dal 1941 al 1945.

Dopo i tragici eventi del primo dopoguerra e l'esodo della maggior parte della popolazione Pirano fu annessa definitivamente alla Jugoslavia e, dalla dissoluzione di quest'ultima nel 1991, fa parte della Repubblica della Slovenia.

Piazza Tartini divenne la piazza centrale della città alla fine del sec. XIII, ma ha assunto l'attuale fisionomia alla fine del sec. XIX, quando fu interrato il porticciolo per creare una vasta area urbana, ai margini della quale si ergono tutte le istituzioni municipali più importanti (il comune, il tribunale ecc.) ed i palazzi dei notabili, tra i quali si e' conservata nella sua forma originale unicamente la Casa Veneziana. La piazza e' stata dedicata a Giuseppe Tartini, sommo violinista e compositore (1692 - 1770), a cui Pirano diede i natali.

La città, che già da sola e' una collezione di sculture e portali, di architettura sacra e profana, ha una peculiarità: la collezione di sculture moderne all'aperto, sita sulla penisola si Sezza, di fronte a Portorose. Il simposio internazionale di scultura "Forma viva", istituito nel 1961 su iniziativa degli artisti Jakob Savinšek e Janez Lenassi, ospita oggi oltre 200 sculture monumentali, create nell'ambito del tradizionale incontro che le Gallerie costiere di Pirano continuano ad organizzare con successo.



http://www.portoroz.si/it/storia-di-pirano

sabato 23 ottobre 2010

La “Grappa” di Carga

L’ultima volta che sono andato da Carga (pronuncia ciargà), a Pristavo, sul Collio sloveno, Edbin Erzetic mi ha regalato una bottiglia da mezzo litro di “Grappa”.


Si tratta di distillato di vino, non ha niente a che vedere con la nostra grappa. E’ stata una sorpresa e una rivelazione. Assomiglia poco a tutti i liquori assaggiati finora, però è buono, nel senso che mi piace.

Non molto alcoolico, 42° per un nordestino non sono niente, in bocca risulta molto rotondo e vellutato, distante anni luce dai nostri brandy.

Profuma di frutta, specialmente ribes secondo mia cognata, e per questo penso che possa essere molto apprezzato dalle signore. Dipende forse dai terreni di Carga e dal suo modo di coltivarli.

Comunque, si sente tutta la passione che lui mette nelle cose che fa. Se appena decide di commercializzarla in Italia, dovrà trovare un nome. Speriamo che sia di donna.



Edbin Erzetič, Pristava 2

5212 Dobrovo

+386 (0)41 692 292

www.carga.si

email: info@carga.si

venerdì 22 ottobre 2010

Il vino Story della famiglia Ščurek

È difficile stabilire l’epoca nella quale la famiglia Ščurek cominciò ad occuparsi di viticoltura. I documenti scritti testimoniano che Franc, il nonno di Stojan, coltivava un ettaro di vigne e otteneva 50 ettolitri di vino. Oggi il padre Ivan ed il figlio Stojan, con l’aiuto di cinque figli, coltivano 17 ettari di vigneti, con una produzione altrettanto notevole. La maggior parte dei loro terreni sorge nella parte italiana di Goriška Brda, il Collio Goriziano: Grotišče, Dugo, Mahober, Jazbine, Jordano, Gredič e Kozlink godono fama di sorgere nella migliore posizione. La famiglia Ščurek presenta ogni anno sul mercato fino a 80.000 bottiglie di vino eccellente. Rimangono fedeli ad un vino giovane ma allo stesso tempo pieno, perciò rimandano a primavera inoltrata il primo travaso. Vini di questo tipo hanno bisogno di un pò di tempo per ravvivarsi nel bicchiere, ma è difficile poi farceli restare! Grazie alla tecnologia più avanzata la famiglia Ščurek svela anche i segreti delle botti di quercia ma soprattutto, non trascurano le varietà autoctone del luogo.


Abbiamo pensato di presentare un vino,lo Story, un uvaggio di ribolla gialla, picolit e moscato. Descrizione del vino: Story è un vino dolce da uve passite, che è stato asciugato in scatole di legno, quattro mesi. Il vino è giallo dorato scuro. Gli aromi di questo vino sono moscato, confettura di albicocche, caramello, vaniglia con le percezioni lieve..



PLEŠIVO 44, MEDANA

5212 DOBROVO V BRDIH

SLOVENIA

T&F: + 386 (0)5 30 45 021

GSM: + 386 (0)41 625 842

Email: scurek.stojan@siol.net

http://www.scurek.com/

mercoledì 20 ottobre 2010

A Strugnano, all’osteria Pod Trto

Siamo in Slovenia, è circa l’una e non sappiamo dove andare a mangiare un boccone. Al solito, decidiamo di andare a caso. Vediamo che il ristorante è chiuso, e optiamo per l’osteria. Mai scelta fu più felice. Arrivarci è semplice, sulla vecchia strada al semaforo si gira a destra, venendo da Capodistria, e poi subito a destra. Cinquanta metri a sinistra ecco l’osteria, con un gran parcheggio davanti.


Il Pod Trto si presenta subito bene, con un cameriere veloce e competente. La scelta è tra carne e pesce, e decidiamo per la carne, optando per una grigliata mista.

E’arrivato un piattone di carne, con un contorno immenso di patate, naturalmente con salsa e cipolle. La carne era tenerissima, come l’abbiamo mangiata solo in Slovenia. Naturalmente acqua e vino bianco hanno accompagnato il tutto(anche se era di rigore rosso, ce ne siamo fregati e abbiamo optato per un bianco niente male). Il tutto a un prezzo più che decoroso.

Grazie a loro e alla loro ospitalità.



Indirizzo: Strunjan 32, 6320 Portorož

Telefono: ++386 5 678 23 72

http://www.slovenia.info/it/gostilne/Osteria-Pod-trto.htm?gostilne=2601&lng=4

martedì 12 ottobre 2010

La Casa del Sal di Sicciole

Sulla strada del confine fra Slovenia e Croazia, quella costiera, c’è una casa un po’ discosta e sfugge all’occhio, sulla sinistra, mentre sulla destra c’è l’ampia distesa della saline.


E’ la Casa del Sal. una piccola e incantevole casa contadina di tipo familiare, situata nel golfo di Pirano a soli 4 km da Pirano e a 2 km dall’Istria Croata., abitata da Darko e dai suoi avi da innumerevole anni.

La porzione primitiva era molto piccola, se la sono costruita e ampliata direi quasi mattone su mattone, e oggi è una bella casa, con una vista incomparabile. La magnifica vista che si gode dalla casa si apre sul Parco naturale delle saline di Sicciole, dove ancora oggi viene prodotto il sale marino, con sullo sfondo la Croazia e la punta di Salvore.

E’ veramente una chicca: la tradizione, le caratteristiche, un tocco di romanticismo e lo spirito casareccio hanno contribuito all’inserimento della Casa del Sal nel rinomato consorzio Europe of traditions “Case della tradizione”.

E poi l’accoglienza: gli ospiti, sì perché è diventata un agriturismo, vengono viziati con piatti istriani e mediterranei, preparati con frutta e verdura da coltivazione biologica e accompagnati sempre da un bicchiere di buon vino di casa.



CASA DEL SAL

Darko Maršič

Parecag 182, 6333 SICCIOLE, SLOVENIA

Tel: 00 386 41 666857

Fax: 00 386 5 6722016

salaro@casadelsal.com

http://www.casadelsal.com/contents/view/1/language:ita

mercoledì 29 settembre 2010

Le saline di Sicciole

“Non è facile oggi comprendere le ragioni che fecero della produzione, del consumo e della tassazione del sale, un elemento vitale dell'economia pubblica per tutto un susseguirsi di secoli, fin quasi alle soglie dell'età contemporanea.


Tentando una breve analisi ricordiamo anzitutto come il tipo di alimentazione allora prevalente - e così la scarsità o l'alto prezzo delle droghe oggi di uso comune - portavano ad un impiego del sale assai più frequente nella vita quotidiana delle famiglie.

Ma l'uso prevalente del sale, fino al secolo scorso, era collegato alle tradizionali tecniche di conservazione della carne e del pesce. L'unica alternativa alla "salagione" consisteva - può dirsi - nella poco pratica "fumigagione". possibile del resto soltanto per alcuni tipi di alimenti. La richiesta di sale fu poi particolarmente elevata nei secoli e nei paesi in cui si faceva un consumo prevalente di carne suina.” (Almerigo Apollonio, El sal de Piran).

E fu il caso di gran parte dell'Europa fino al secolo XVIII. La prima citazione delle saline di Sicciole, (Sečovlje) in Slovenia, vicino al confine con la Croazia,. che però erano note fino dai tempi dei Romani, situate nella valle del fiume Dragogna, risale al 1139; da allora e fino alla fine degli anni '60 del XX° secolo, esse sono state sempre attive, fornendo il sale ai monopoli della Serenissima, prima, dell' Impero Austro - Ungarico, dell' Italia e della Yugoslavia, poi.

La superficie totale ammonta a circa 850 ettari, compresi fra i canali di San Bortolo (Lera) e Sant' Odorico (Libadore), detto anche "Fontanigge". Il Fiume Grande che è il fiume Dragogna ed il Canale di Mezzo completano le canalizzazioni, ora in parte interrate per ottenere la pista dell' attuale aeroporto turistico.

Il nome di "Fontanigge" designava tutto il comprensorio delle saline (Valle Salifera), accanto alle quali esisteva, fino a pochi anni or sono, anche una miniera, dalla quale si estraeva carbone.

Lungo la breve costa slovena esistono pochissimi ambienti umidi e paludosi accanto alle foci dei brevi corsi d'acqua istriani. Un tempo ne esistevano in numero maggiore, in quanto le foci venivano trasformate in saline, che si trovavano ai margini delle citta' costiere (le saline di Capodistria, di Isola, di Strugnano, di Lucia e di Sicciole).

Oggi le saline si sono conservate solamente a Strugnano ed a Sicciole, ed oltre a queste si possono annoverare quali ambienti umidi le lagune di Strugnano, entrambi i laghi di Fiesso, la laguna di San Canziano presso Capodistria e la foce del Risanp. Tutti questi ambienti sono quindi frutto del lavoro dell'uomo, ma consoni alla natura.

Le saline di Sicciole sono oggi l'ambiente umido di maggiore estensione della Slovenia (650 ha) ed al contempo la località slovena più importante dal punto di vista ornitologico. La varietà delle specie di volatili che nidificano e svernano in questo ambiente e' sostanzialmente maggiore rispetto ad altre aree. Sono state evidenziate ad oggi 288 specie, delle quali nel circondario ne nidificano 90.

Il governo della Repubblica Slovena ha proclamato nel 2001 l'area del Museo delle Saline e stata proclamata monumento culturale d'importanza nazionale. Nel 1993 le Saline di Sicciole, quale prima zona umida della Slovenia, sono state incluse nell'elenco delle località tutelate dalla convenzione di Ramsar. Al contempo le saline sono importanti quale eccezionale intreccio di ecosistemi, che unisce le forme di transizione tra gli ecosistemi brachiali marini, quelli d'acqua dolce e quelli della terraferma.



http://www.slovenia.info/it/naravne-znamenitosti-jame/Il-Parco-ambientale-delle-saline-di-Sicciole.htm?naravne_znamenitosti_jame=908&lng=4

venerdì 10 settembre 2010

La carne di Zlatko Mavric

Ci eravamo sempre chiesti perché in Austria o in Slovenia la carne sia molto più tenera che in Italia,e oggi Zlatko Mavric ci ha dato la risposta. Il segreto sta tutto nella frollatura. Abbiamo mangiato carne alla griglia, e letteralmente si scioglieva in bocca: Zlatko ci ha spiegato che lui frolla la carne di bovino almeno per tre settimane, e le altre molto di più.


La frollatura è un processo chimico-fisico naturale, che avviene spontaneamente nei muscoli scheletrici degli animali appena abbattuti, trasformandoli gradualmente in carne. Per questo motivo, prima di essere offerte al consumatore, le carni vengono lasciate maturare (frollare) ed intenerire per qualche giorno. I tempi e le modalità di frollatura variano in base alle caratteristiche dell'animale (razza, età, taglia, tipo di alimentazione, stato di ingrassamento ecc.). Per i tagli di vitellone da cui si ricava la famosa "fiorentina" di qualità, ad esempio, i tempi di frollatura variano normalmente dai 10 ai 20 giorni, durante i quali le carni sono conservate in celle frigorifere alla temperatura di 0-4°C. Tempi di frollatura ancor più lunghi si possono utilizzare per produzioni di elevata qualità, come la famosa chianina IGP; ad ogni modo, qualsiasi sia la sua durata, questa operazione dev'essere eseguita in celle frigorifere a temperatura, umidità ed areazione adatte e costanti. Bisogna infatti evitare l'essiccamento e la putrefazione dovuta ad un eccessivo periodo di maturazione.

Tempi di frollatura particolarmente lunghi sono richiesti anche per la selvaggina (carni nere), mentre le carni bianche (faraona, pollo, coniglio, tacchino) e quelle di animali particolarmente giovani (agnello, capretto e vitello) necessitano di tempi assai più brevi (0-72 h). Animali giovani e di piccola taglia richiedono infatti periodi di maturazione inferiori rispetto a quelli necessari per le carni di animali di grande stazza.

Indipendentemente dalla mole dell'animale e dagli altri fattori, la durata di questo processo è inversamente proporzionale alla temperatura alla quale viene eseguita; ciò significa che tanto maggiori sono le temperature e tanto minori sono i temi di frollatura, e viceversa.

Il limite della frollatura è che richiede tempo, quindi denaro. Pertanto, l'industria alimentare è particolarmente attenta a tutte le possibili soluzioni per ridurre i tempi di frollatura, spesso con un danno alla sapidità e tenerezza del prodotto.( http://www.my-personaltrainer.it/nutrizione/frollatura.html)



Belica Turizem Zlatko Mavric

Medana 32

5212 Dobrovo

Tel.: 00386 5 30 42104 Fax: 00386 5 39 59109

E-Mail: info@belica.net

www.belica.net

lunedì 2 agosto 2010

A casa di Erzetic, un gioiello storico che continua

Siamo stati a casa di Edbin Erzetic, in quel di Pristavo, a ridosso del confine sul Collio Sloveno. Mi aspettavo la solita cantina come ce ne sono tante, ed invece si vede che Carga è anche un modo di essere. In cima ad una collina, bisogna salire su una rampa piuttosto ripida, e si vede anche da lontano che qui hanno lavorato diverse generazioni.


La cantina intanto è storica, con botti in legno e vetrocemento: sembra che quest’ultimo sia preferito alle vasche in acciaio, ma lo troviamo solo dai produttori più sensibili.

Lui, Edbin, ci tiene a dire che il merito maggiore va al terreno del Collio, costituito sotto lo strato di terra e di hunus da marna.

La marna è una roccia sedimentaria, di tipo terrigeno, composta da una frazione argillosa e da una frazione carbonatica data generalmente da carbonato di calcio (calcite), oppure da bicarbonato di magnesio e calcio (dolomite [MgCa(CO3)2]. Nelle marne tipiche la percentuale di carbonato di calcio va dal 35% al 65%; al di sopra e al di sotto di questi valori si hanno termini transizionali a calcari (o dolomie) per alti contenuti di carbonato, ovvero ad argille per bassi contenuti di carbonato. Questo tipo di roccia deriva da sedimenti fangosi, di origine prevalentemente marina, sedimentati in condizioni di bassa energia del mezzo.

Lui ha una serie di fossili che chissà a quando risalgono, ma il vino è veramente eccezionale.

Si sente la mineralità, il gusto è persistente. Ma si vede la mano dell’uomo: qui si producono 70-80 quintali per ettaro.

Ma la cosa che mi ha fatto notare è la faccenda della lotta integrata. Lui ha capito che nessuno di noi è immortale, dobbiamo solo gestire le cose e trasmetterle nel miglior modo alle generazioni future. E allora lui usa solo in minima parte roba chimica, ogni 5 anni ha il carotaggio e l’analisi dei terreni, ma il figlio probabilmente lo fa ogni anno. E lo stesso in tante parti non si usano concimazioni, per via della mineralità del terreno e dello scarso sfruttamento.

Abbiamo bevuto dello spumante, 70% ribolla gialla e 30% chardonnay, chiamato Donna Regina, fermentato con metodo champenois extra brut.



Edbin Erzetič, Pristava 2

5212 Dobrovo

+386 (0)41 692 292

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mercoledì 21 luglio 2010

Aleksij Mavric e il virus nordestino

Avevamo incontrato Aleksij a casa sua, a Koisko, sul Collio Sloveno, e mi aveva fatto promettere che non avrei parlato dei cioccolatini alla ciliegia, che lui prevedeva di mettere sul mercato in autunno.


Ero tranquillo, ma non avevo pensato alla voglia di fare che hanno i nordestini, voglia che si è trasmessa evidentemente nei due decenni fra le due guerre in cui questo era Veneto.

Beh, i cioccolatini li ha già realizzati, una sorta di Mon Cheri con una ciliegia ubriaca e liquore alla ciliegia, che lui fa realizzare con i suoi prodotti a Portorose.

Naturalmente è cioccolato buono, con un minimo di 60% di cacao. Attualmente sta testando il mercato per il confezionamento, il singolo cioccolatino, confezioni da sei in una bella scatolina, e poi si vedrà per confezioni più grandi.

Naturalmente, non ha dimenticato l’estate già scoppiata: dalle sue uve ribolla (questo vino è già di per sé dissetante) ha realizzato un succo d’uva eccellente, da non confondere con gli analoghi prodotti industriali. Ha voluto distinguersi anche nell’imbottigliamento: una vera bottiglia per un’uva che dava il vino dei Dogi. E’ un buon prodotto, a detta dei nostri esperti: un bocca ci regala un gusto di uva fresca appena pigiata, A me è piaciuto anche perché è un prodotto naturale, solo filtrato e pastorizzato: va bevuto in bicchieri grandi, da vino, anche con ghiaccio, perché si sentono in modo magnifico gli aromi ed il gusto.

Al mare dovrebbe essere un toccasana.



Aleksij Mavric

Kojsko 70

Goriska Brda

Tel 041 480270

info@kmetijamavric.si

www.kmetijamavric.si